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updated 6:26 PM CEST, Oct 17, 2019

Ciclisti, maratoneti, fondisti: ecco perché avete il cuore d’atleta

Aneddoti e racconti su quanti pochi battiti facesse il cuore di atleti come Fausto Coppi (si dice meno di 40 volte al minuto), Lance Armstrong (una trentina) o Alex Schwazer (addirittura 28 al minuto rispetto a una sessantina delle persone ‘normali’) sono ormai passati dalla cronaca allastoria, ed è ormai altrettanto riconosciuto da tutti, medici, preparatori e atleti che praticareregolarmente sport di resistenza come il ciclismo, la corsa a piedi su lunghe distanze, il triathlon o losci di fondo riduce sensibilmente la frequenza cardiaca.

Si tratta del fenomeno dellabradicardia, un adattamento del tutto naturalee che normalmente è anche benefico, perché migliora l’efficienza contrattile del cuore e in buona sostanza lo fa funzionare meglio, sia durante l’attività fisica che a riposo.

Ma è anche noto a tutti, in letteratura scientifica come nel comune sentire, chepraticare intensi sport di resistenza per lunghi periodi(si parla di anni, se non decenni) possa dar luogo in alcuni soggetti a talunidisturbi cardiaci: per esempio le aritmie, più frequenti negli atleti anziani e che spesso richiedono l’impianto di un pacemaker.

Ciò che non era ancora chiaro sono imotivi dell’insorgenza della bradicardia: poiché il ritmocardiaco è controllato dal sistema nervoso simpatico e parasimpatico, e poiché il primo accelera ilritmo cardiaco, si presumeva di conseguenza che la diminuzione del numero di battiti del cuore alminuto negli atleti di sport di resistenza fosse dovuta a un aumento dell’attività del nervo vago del sistema nervoso parasimpatico.Maggior tono vagale = minor numero di battiti cardiaci.

Ora uno studio condotto dall’Università di Manchester e dal Dipartimento di Bioscienze della Statale di Milano e pubblicato suNature Communicationsparrebbe dimostrare come in realtà il cuore d’atleta sia conseguenza diun vero e proprio rimodellamentodel muscolo cardiaco.

L’esperimento è stato condotto su dei roditori e attende la verifica sugli esseri umani, tuttavia la differenza tra topi ‘allenati’ e topi ‘sedentari’ starebbe nella modificazione della corrente che controllala generazione e la frequenza del ritmo cardiaco: la correntefunny,o corrente del pacemaker. L’allenamento di resistenza modificherebbe a livello molecolare i canali che permettono il funzionamento di questo meccanismo, determinando sul breve periodo l’effetto bradicardico e sul lungo periodo le modificazioni responsabili delle aritmie cardiache in atleti di età avanzata.

Tutto ciò ovviamente non significa chefare sport di resistenza sia pericoloso in sé. Anzi, una costante attività fisica, anche di resistenza,migliora l’efficienza cardiaca e permette di mantenere sotto controllo il peso(altro fattore di stress per il cuore). Se i risultati dello studio effettuato fra Manchester e Milano saranno confermati anche sugli umani, probabilmente sarà più chiaro il modo in cui preservare la salute cardiovascolare degli atleti, anche anziani.

Tratto da http://www.sportoutdoor24.it

 

Ultima modifica ilSabato, 14 Maggio 2016 06:27

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